di Elisa Risigari
con G. Avanzi, M.Boldarin
F.Godina, E. Risigari
Regia D. Petrocelli

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"Quante volte nella vita hai detto “mai”, o “mai più”... e poi hai fatto esattamente quella cosa? O “per sempre”… e poi tutto è sfumato. E questo è giusto? O sbagliato? Non lo puoi dire. E’ solo così. E basta. " (Magari, scena XII).

Una generazione, quella dei trentenni, si interroga sul senso della propria esistenza. Una domanda che tocca la vita concreta: il lavoro, la coppia, l’amore.
La Candidata vive nel sogno di avere un lavoro attinente ai suoi studi. Ma la sua ambizione si affievolisce sotto i colpi di colloqui di lavoro annichilenti. Di scena in scena perde il diritto di esprimersi secondo la propria conoscenza. E quest’ultima diventa inevitabilmente un ostacolo.
La Donna e l’Uomo portano avanti la loro relazione senza mai riuscire veramente ad incontrarsi. L’arrivo del figlio genera la crisi.
X, donna molto intelligente e mentale, nel continuo confronto con l’Amico, capisce tutto, ma non ha nessuna soluzione. Anche lei è incastrata.
Mario, padre di famiglia, è un personaggio introverso che si confida col Barista. Si toglie la vita dopo aver ucciso l’intera famiglia.
Le storie progrediscono simmetricamente alternandosi in quattordici quadri.
Fanno da contrappunto all’azione alcuni personaggi-pensiero (sono in realtà i protagonisti degli altri quadri che appaiono “in minore”, di volta in volta, sullo sfondo). Osservano, commentano, si contraddicono: schizofrenici pensieri che si affollano mentre andiamo a lavoro, parliamo con gli amici o litighiamo.
Concepito in chiave ironica, …Magari… è uno spettacolo che si sfoglia, una scena dopo l’altra, in una continua domanda sulla possibilità di trovare una dimensione “normale” nella quale esprimersi. Destino comune dei personaggi è di trovarsi nello stesso contenitore. Lo stile è televisivo. Le musiche degli anni ’80.

NOTA DI REGIA

Credo che in …Magari… emerga chiaramente la superficialità del vivere contemporaneo. Durante il lavoro ho capito che molte cose le viviamo “in teoria”. Negata l’esperienza, viene a mancare il terreno dove piantare le proprie convinzioni e i propri valori. Abbiamo appreso ad essere spettatori. E allora tutto diventa un già visto, già detto, consumato, obsoleto.
Da questo punto di vista, allora, qual è il limite tra i pensieri propri e quelli degli altri. E quanto di ciò che si pensa è stato preconfezionato e inalato attraverso i mezzi di comunicazione di massa?(cosa ancor più grave, senza un piano preciso).
Esiste ancora un pensiero originale?
Ritengo che il processo che vede oggi questi drammatici risultati si sia avviato negli anni ’80. Lì abbiamo imparato a contestare senza essere coinvolti (penso ai testi di alcune canzoni “impegnate”). Senza esperire, appunto. Per questo la musica di Magari appartiene a quegli anni.
Ho voluto elementi scenici minimi colorati di grigio, il colore del cemento. Un luogo non confortevole dove posare macchie di colori accesi (i colori degli anni ’80): lampi di vita sparsa. Ho sottolineato, in certi momenti, il taglio ironico del testo.


Debora Petrocelli